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Il mistero dei tatuaggi

Alle quattro del mattino Alberto realizzò di aver bevuto veramente troppo. Gli amici, dopo ripetuti tentativi di trascinarlo via, avevano pensato bene di abbandonarlo lì dove si trovava.

Non riusciva proprio più a raccapezzarsi, forse, si disse, era anche per colpa di quelle strane pillole che il suo amico aveva insistito per fargli provare. Certo erano toste, ma ora l’effetto era terribile… Cercò di trascinarsi verso casa ed all’incirca verso le sei si buttò sul letto ancora completamente xxx.

Il problema di aver mescolato l’alcool con quelle pastiglie non era che nonostante fosse Marzo aveva rigettato il cappone di Natale, quanto nel fatto che stava perdendo il contatto con la realtà in modo tanto divertente quanto preoccupante. Alla fine si addormentò o forse gli parve di addormentarsi perché di questa storia incredibile porta tuttora i segni tangibili sotto forma di… tatuaggi.

Nel momento in cui gli sembrò di addormentarsi fu sicuro che una parte di lui si stava staccando dal corpo per intraprendere un curioso viaggio. Poi, pensandoci bene, si rese conto che non era solo una parte di lui ma tutta la sua persona che sprofondava in un grande buco nero sotto la spinta poderosa di una forte corrente.

Era una sensazione indescrivibile anzi, pensandoci bene era descrivibilissima, era come essere risucchiati da un enorme cesso dopo che Golia aveva azionato lo sciacquone. Si trovò senza preavviso in un viale larghissimo che si allungava a perdita d’occhio con bar e negozi sul lato destro e nulla dall’altra parte. Era male illuminato e la cosa che lo stupì maggiormente fu il fatto che fosse totalmente deserto. Una miscela di musiche varie arrivava alle sue orecchie, Alberto decise di dare un’occhiata attorno. Mosse alcuni passi e guardò dentro al primo bar: i bicchieri semi vuoti erano normalmente appoggiati sul bancone e, sui tavoli, alcune sigarette accese erano appoggiate ai posacenere ma non v’era alcuna traccia degli avventori. Alberto fece per proseguire ma, dal negozio successivo, una macelleria, uscì un maiale di dimensioni gigantesche, Alberto stimò il porco intorno ai 400 chili; avanzava verso di lui ringhiando inferocito.

Alberto era paralizzato dal terrore ma il suino, dopo due soli passi, si inclinò su un lato, cadde ed inspiegabilmente prese fuoco. Alberto rimase di sasso. Il maiale bruciò senza soffrire  fino a quando, totalmente combusto, non rimase di lui che un mucchietto di cenere. Mentre Alberto cercava di riprendersi dallo shock dalle ceneri del porcello sorse, vivo e vegeto, un tacchino con quattro teste.

Si trattava sicuramente di un incantesimo! Pensò.

Appena il tacchino quadricefalo tentò di muoversi le teste lo sbilanciarono sulla sinistra, cadde ed anch’esso inspiegabilmente andò a fuoco e dalle sue ceneri si materializzò un cane mastino che fumava un toscano, fece per muoversi ma venne divorato dalle fiamme e dalle sue ceneri…

Si trattava sicuramente di un incantesimo molto noioso, si disse e, dato che il calore del fuoco misto all’odore di peli, penne e setole bruciate lo infastidiva non poco, proseguì. Guardò dentro al negozio successivo, una ferramenta, e notò con scarso interesse un garzone in preda alle fiamme poi, proseguendo, entrò risoluto in una trattoria. Aveva fame.

La trattrice (gestante della trattoria) era una mummia egiziana pazza che si muoveva per mezzo di un carrellino radiocomandato dal trattore (gestore della trattoria). Però il trattore aveva il carburatore fuori posto e quindi  fumava come un turco che bestemmia. La mummia si avvicinò a Alberto con ronzii di motori elettrici chiedendo se gli andava a genio il piatto del porno (del giorno prima ovviamente) e dopo la risposta affermativa del derelitto ronzò verso la cucina. Il trattore intanto aveva smesso di fumare perché aveva finito la benzina ma l’astinenza dal fumo lo faceva bestemmiare ancor di più. Dalla cucina intanto si levavano paurosi conati di vomito dal suono cavernoso e, dato che il trattore pareva troppo occupato a dire il rosario alla rovescia, Alberto decise di andare a vedere se per caso la mummia non stesse crepando. Se così fosse stato sarebbe stato suo dovere aiutarla. (a schiattare del tutto)

La mummia godeva invece di una relativa buona salute; i conati terribili provenivano altresì dal piatto del giorno (prima) che nella fattispecie era un polipo lesso ancora vivo. Il fatto di essere rimasto per un paio di giorni rinchiuso con coperchio nel pentolone della sua brodazza aveva procurato al polpo la discreta nausea di cui ora si stavano osservando gli effetti. Dopo terribili sforzi l’octopede vomitò due quaglie agli spinaci appena cucinate, fumanti, appetitose e profumate.

La mummia le mise in un piatto e le portò al tavolo di Alberto che nel frattempo era andato a lavarsi le mani.

Mentre mangiava vide che il trattore si avvicinava alla mummia con l’intento di concupirla ma quando tentò di montarla un motore elettrico dell’egizia cominciò a dare i numeri (capita spesso nei vecchi circuiti elettrici sottoposti a vibrazioni) ed afferrando  il malcapitato trattore lo fece involontariamente rotolare a terra dove entrambi rimasero condannati ai movimenti pelvici forzati eterni.

Così Alberto si risparmiò di pagare il conto ed uscì. Decise di attraversare la strada e passeggiare un po’ sul lato opposto del viale; quello senza negozi. Su di una panchina stava seduto un vecchio che, scortolo, lo invitò a sedersi con un gesto cerimonioso. Dopo circa dieci minuti che il vecchio non aveva detto nulla Alberto si era rotto le palle e si alzò per andarsene. Mentre stava per andare via l’espressione del vecchio, rimasta precedentemente immutata, cambiò come se volesse dire qualcosa ma subito prima di dirlo crepò. Nonostante questo raccontò ugualmente, anche se con ovvia fatica, la storia del posto dove si trovavano; anzi dove solo Alberto si trovava visto che il vecchio era ormai morto.

Bene, gli disse, non so da dove vieni e neppure dove stai andando ma devi sapere che questo posto é un pochino strano. Io ero l’unico abitante vivo qui prima di morire e visto che tu non sei reale ora questo posto di merda é finalmente deserto. Circa trent’anni fa qui era tutto diverso, c’erano fiori piante cicche americane ma poi atterrò l’astronave. I viaggiatori furono molto cortesi con tutti gli abitanti morti ed anche con me e ci regalarono molta acqua liofilizzata. Visto che non ci serviva a niente la buttammo nel mare che però aumentò terribilmente di livello costringendoci tutti ad un bagno fuori stagione. Poi l’astronave ripartì lasciando al suo decollo una pista piena di quei maledetti cristalli. Io scoprii che come diamanti non valevano un tubo ma come allucinogeno erano una bomba. Candido infatti non appena ne inghiottì uno esplose come il tritolo, poco male tanto era già defunto. Da quei cristalli venne la maledizione. Non posso dirti di più, il resto lo scoprirai da te. Il vecchio risorse, morì nuovamente, poi risorse ancora, giacque morto ed infine, prevedibilmente, prese fuoco.

Alberto decise di risparmiarsi la noia di scoprire cosa sarebbe spuntato dalle ceneri del nonno ed attraversò la strada infilandosi nel primo bar deciso ad ubriacarsi.

Seduto al tavolo vide stranamente che sul suo avambraccio sinistro era comparso, inspiegabilmente, un tatuaggio raffigurante un cristallo avvolto dalle fiamme. Prima di potersi meravigliare di ciò il cameriere, un bruco verde lungo tre metri, zampettava verso il suo tavolo e, sporgendo gli occhi sporgenti, gli chiedeva l’ordinazione. Nonostante Alberto cominciasse ad essere avvezzo alle stranezze gli ci vollero quasi venti minuti per decidere cosa ordinare ed in questo lasso di tempo il bruco si era trasformato varie volte: da bruco a portacenere poi in uno stegosauro ed in seguito nell’ordine: segaccio da falegname, imbuto, gatto rognoso, ampolla da alchimista (o alambicco) macchia verde sul muro, americano medio (o acefalo), drago, motoslitta, cane idrofobo, idrovolante. Quando Alberto (ora aveva lui gli occhi sporgenti) fu pronto per ordinare l’idrovolante stava decollando ma, non essendoci alcuno specchio d’acqua, precipitò… affondando. Un altro cameriere che aveva assistito alla scena senza scomporsi si recò a sua volta al tavolo ma arrivato li iniziò a scomporsi e le quattro membra se ne andarono in direzioni diverse mentre il tronco ed il capo ascendevano fino al soffitto per poi scomparire. Al suo posto discese la birra che Alberto voleva ma non era riuscito ad ordinare. Se la trovò sul tavolo pronta da bere. Mentre afferrava golosamente il boccale per bere la birra uscì autonomamente dal bicchiere e dopo aver salutato se ne andò felice dalla finestra salendo al cielo. Un terzo cameriere, finalmente normale, gli portò una birra, finalmente normale anch’essa, ma ormai gli era passata la sete. Uscì dalla porta sul retro dove un cane gli orinò puntualmente sui pantaloni. Il cane non salì al cielo autonomamente bensì visibilmente aiutato dalla terribile pedata che Alberto gli assestò nel sedere. Comunque non discese mai più.

Il vicolo gli si presentò sporco e buio, sicuramente era malfamato. Camminò per un paio di minuti stupendosi di non vedere nulla che partiva verso l’alto poi notò, dietro l’angolo, la battona. Gli passò per la mente che una scopata non ci sarebbe stata male ma, memore della pena subita dal trattore e dalla mummia, pensò che in quel posto scopare doveva essere vietatissimo. Si avvicinò alla battona chiedendole se praticava la fellazione. La puttana parve ignorare la triviale richiesta ma non esitò a dirgli: sarà meglio che tu apprenda qualche notizia in più su questo posto se vuoi tornare a casa sano. sei molto vicino ad essere colpito dal sortilegio dei colori. Cos’è? Chiese Alberto e la donnaccia cominciò a raccontare. I cristalli che l’astronave aveva lasciato al suo decollo avevano un effetto meraviglioso sugli abitanti morti di quel posto; li lasciavano si morti ma contenti. Candido, il primo che li aveva provati ed era esploso come dinamite lo doveva al fatto che era ignorante come un sasso! I cristalli non andavano inghiottiti bensì strofinati ripetutamente sui genitali. Solo così davano l’estasi dei colori. all’inizio solo pochi ebbero il coraggio di provare ma alla fine la maggior parte del popolo di Admantino (così si chiamava quel posto) aveva provato. La battona tacque il fatto che s’era infilata un intera serie di cristalli nei genitali e non era più riuscita ad estrarli; motivo per il quale tutti gli uomini di Admantino e le lesbicaccie avevano provato, volenti o nolenti, l’estasi dei colori. In cosa consiste? Chiese il visitatore.

Non ho cristalli da farti provare disse la zoccola che, come tutte le battone, aveva uno strano nome.  Quando strofini il cristallo in quel posto cadi in trance, vedi milioni di colori ma, attenzione, quando vedi il rosa é ora di ritornare indietro altrimenti… sali al xxx.

Se vuoi provare, bel giovane, non ti resta che prendermi… io ne sono satura e l’effetto sarà immediato. Alberto, nonostante fosse un patito di allucinogeni deciso a sborsare qualsiasi cifra per un buon trip, guardò bene la sboldra e decise che il prezzo era troppo alto. Sputò in un occhio alla prostituta che, piena com’era di cristalli, si distrasse un attimo, vide il rosa ed ascese. Sull’avambraccio di Alberto era intanto comparso un altro tatuaggio con l’effigie di una donna che fra mille colori saliva verso le stelle.

Ora Alberto era a dir poco costernato. Rientrò nel bar dalla porta di servizio e vide con piacere che la sua birra era ancora li sul tavolo e pareva ancora fresca. Prese il boccale e bevve avidamente. Mentre beveva si rese conto che ciò che stava assaporando non era birra. Il gusto era comunque ottimo e bevve fino al fondo. Quando fece per appoggiare il bicchiere distanziandolo dagli occhi si rese conto di ciò che aveva bevuto: aveva bevuto il boccale di vetro che si era stranamente liquefatto mentre lui stava tenendo in mano la birra che, innaturalmente, conservava la foggia della caraffa con tanto di manico senza che questa ci fosse. Appoggiò la birra sul tavolo e si recò alla cassa per pagare il… bicchiere che aveva consumato.

Uscì nuovamente dalla porta principale e si avvide che dalla parte opposta ai negozi, dove prima non aveva notato nulla, c’era il mare. Un buon bagno era quanto gli ci voleva per schiarirsi le idee. Senza premurarsi di togliersi i vestiti saltò in acqua e… si ritrovò sul suo letto completamente bagnato. Si era pisciato addosso. Non ce la faceva ad alzarsi; chiuse gli occhi e si passò una mano nelle mutande fradice. Sentì qualcosa di strano mentre lo faceva e guardandosi la mano vide un piccolo cristallo infilato sotto un’unghia. Nel giro di pochi secondi cadde in estasi. Prima molti colori poi vide la sua fidanzata che, sotto forma di lontra artica, lesbicava con un ornitorinco allo stato giovanile. Di colpo l’ornitorinco invecchiò diventando maschio e cominciò a montarsi la lontra che nel frattempo era ritornata sotto forma di “fidanzata di Alberto”. Arrivò un cacciatore con la doppietta e li uccise entrambi poco prima dell’orgasmo. Alberto si lanciò fisicamente nell’allucinazione, prese il cacciatore per il collo e lo strozzò. Appena spirato il cacciatore si liquefece come neve nel microonde ed altrettanto avvenne per i corpi esanimi dei due amanti. Cominciò a vagare per il bosco senza meta. Gli alberi erano tutti uguali in maniera allucinante. Avvicinandosi ad uno di essi si rese conto della ragione: erano fotocopie di alberi. Fotocopie tridimensionali ovviamente.

La sagoma oblunga con dodici zampe fornite ognuna di mano e piede gli apparve tutt’ altro che amichevole. Iniziò a correre ma fu inutile. Si ritrovò con le spalle contro una parete di granito. Guardò spaurito l’extraterrestre che gli chiese;
” Dauxaroni triaddas chinae xantise dunai ” ? Alberto rispose automaticamente: ” Dixtrose sineas dirtami keewa wallasa knett” .  L’ extraterrestre parve soddisfatto della risposta che Alberto aveva fornito senza conoscere quella lingua. Gli disse che potevano comunque parlare italiano senza problemi. Alberto gli chiese quale fosse il mondo dal quale proveniva e l’ altro rispose: ” Un pianeta perfetto lontano e felice dove l’ unico problema consiste nelle scorie energetiche. Esse danno origine a certi cristalli che, utilizzati maldestramente, provocano un anormale senso di disorientamento. ” Alberto chiese quali fossero le conseguenze “anormali” dei cristalli, ottenendo dallo strano essere la stessa descrizione che aveva avuto dalla battona.

Vedi questa pistola laser, gli disse a mó di esempio lo scarafone porgendogli la sua arma. É un congegno potentissimo, potrebbe distruggere la Luna sparando da Giove. Una volta scarica però si trasforma in cristalli inquinanti.

Alberto interessato prese l’ arma, la soppesò, tolse la sicura e sparò ripetutamente all’alieno che si trasformò in una pozza di liquido biancastro. Mise la pistola in tasca ed uscì dal bosco.  Mentre si ritrovava nuovamente sul viale di sua conoscenza l’arma iniziò ad emettere uno strano segnale sonoro che, filtrando dalla tasca, giunse alle sue orecchie. Incuriosito estrasse il disintegratore. Vide che sul suo braccio era apparso un nuovo tatuaggio: un pianeta che si stava liquefacendo.

Un attimo dopo la sua mano impugnava soltanto un paio d’etti di cristalli trasparenti.

Si svegliò la mattina dopo nel suo letto con i cristalli ancora stretti nella mano. Li appoggiò sul comodino, andò in bagno a sciacquarsi la faccia e poi in cucina. Mise i cristalli nel frullatore tritandoli finemente. Guardò il calendario: era il venti giugno 2114. Dopo essersi vestito si recò al solito posto per spacciare. Era l’unico possessore dell’endorfina della felicità. Tutti i clienti lo rispettavano e soprattutto erano affascinati da quei disegni sulla sua pelle… Parevano quelli di un pirata d’un epoca passata.

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Il centro delle donne oggi

Cosa suggerisce la Città al Centro in base alle dinamiche di cambiamento che la caratterizzano oggi? Cosa gli suggerisce la città secondo uno sguardo di genere? Per orientarci, ci riferiamo qui ad alcune variabili e ad un caso che sono d’interesse peculiare ai fini di una risposta. Le variabili sono intese sommariamente e vanno relative ai cambiamenti nelle presenze e residenze in città; al numero e riuscita degli studenti dell’Ateneo, alle tendenze del mercato del lavoro nell’ultimo periodo in Emilia Romagna e, infine, alla rappresentanza politica in città e regione.

Il caso va relativo alla “cultura femminile” quale s’è rappresentata in Bologna Città Europea della Cultura nel Duemila.Ovviamente, fino a quando le statistiche di genere non saranno rese obbligatorie per legge (il che sta per avvenire), i dati restano inadeguati sotto il profilo della differenza tra i sessi.

Secondo dati offerti dal Comune di Bologna, al 31 dicembre 1999 oltre il 50% della popolazione della Provincia bolognese (917.110 abitanti) abita fuori del capoluogo. Risiedono nel Comune di Bologna 381.161 abitanti, di cui 203.077 donne e 178.084 uomini. Il 1999 è, poi, anno in cui il numero dei nuovi nate/i appare in decisa crescita rispetto al 1998 (+7,1%), il numero delle/dei morti si riduce (-4,8%); mentre, nel complessivo segno positivo della dinamica migratoria aumenta il flusso d’immigrati provenienti dall’estero (+ 31%).
Si sa che la residenza non è più indicatore adeguato della taglia demografica d’una città. Bologna, in particolare, quasi raddoppia se si considerano le/gli studenti non residenti o il cosiddetto “city user”, da chi lavora nel capoluogo ma risiede fuori di esso a chi attraversa la città per i più svariati motivi.

Non seguiteremo riproducendo dati dei primi mesi del 2000, che presentano ulteriori incrementi di nate/nati e di immigrate/i. Notiamo che così diminuisce l’indice di vecchiaia, vale a dire il rapporto tra il numero degli anziani oltre i 65 anni e quello dei giovani sotto i 15 anni. Ma il problema anziani resta e, considerando la differenza di genere, resta più rilevante la presenza delle donne anziane in città rispetto agli anziani. Se a questo si somma la crescita delle famiglie unipersonali, che a fine 1999, nella complessiva crescita dei nuclei familiari residenti nel Comune, erano il 39% di tutti i nuclei residenti in città rispetto al 30,1%, al 19,2% e al 9,5% delle famiglie costituite rispettivamente da due, da tre e da quattro persone, si fa evidente il nodo delle donne sole. Ricerche recenti non vi sono. La medesima fonte comunale utilizza nel 1999 una ricerca sul 1996 (Rapporto Biennale del Centro Studi e Documentazione delle Famiglie), ove si legge che in quell’anno tra le persone sole i “maschi” erano 23.343 (36,9%), le “femmine” 40.001 (63,1%). Sul totale di questa popolazione il 46,2% aveva più di 65 anni (di cui l’80% donne); il 26,7% aveva più di 75 anni (di cui l’82% donne). Non a caso le anziane hanno preso a chiedere spazi di incontro e “mediazioni culturali” al Centro. E la mediazione c’è stata, specialmente sulle nuove tecnologie informatiche, cui i servizi pubblici ricorrono ampiamente con grave disagio dei più vecchi in città.

E’ azzardato supporre che alla solitudine si sommi talvolta la povertà, casomai nella forma delle cosiddette “nuove povertà”? “Solitudine”, “povertà”, “esclusione” sono tutt’altro che cose coincidenti; tuttavia resta vero che il profilo del “povero” uscito dal Summit di Copenaghen a metà Anni Novanta dice che “egli” è più spesso una donna, sovente di colore. Bologna è del tutto al riparo da simili problemi? Al Centro, da qualche tempo, abbiamo avuto richieste d’intervento dall’interno del carcere femminile, così come da donne senza fissa dimora. E abbiamo risposto pur nei limiti di budget davvero minimi.

Osservando i dati al 1999 forniti da Almamater/Cineca sull’Ateneo bolognese, su un totale di popolazione universitaria di 97.537, gli immatricolati 1998/99 sono stati 14.729, di cui 6.849 “femmine” e 7.880 “maschi”. Tuttavia il numero delle/dei laureati nel 1999 è di 9.091 unità, di cui il 56% “femmine” e il 43,6% “maschi”. Ciò, forse, non conferma la tendenza al “sorpasso” nella scolarizzazione femminile rispetto a quella maschile avvenuta negli anni Ottanta a livelli di secondaria superiore, ma queste lauree la dicono lunga sulle competenze delle giovani donne. Eppure, a proposito di nuove competenze, i risultati di un sondaggio sui “navigatori in rete” del nostro paese effettuato da Abacus con 2000 interviste dicono che il profilo tipico dell’internauta è quello di un giovane trai 18 ed i 34 anni, prevalentemente di sesso maschile. Su una popolazione di riferimento di 50 “maschi” e 50 “femmine” la percentuale nell’uso della rete porta i primi al 70% e le seconde al 30%. Sembra che il Centro debba continuare l’opera di alfabetizzazione intrapresa presso la Sala da Tè Internet, ove preferiscono recarsi quelle stesse ragazze (e non sono molte) che pure avrebbero altri laboratori.

Tornando a dati bolognesi, in città si ridimensiona la componente maschile e aumentano le donne tra la popolazione straniera. Esse aumentano del 17,7%, mentre gli uomini del 13,8%. Così, se l’indice di mascolinità nel 1992 era pari a 155 “maschi” ogni 100 “femmine”, già nel 1997 si era abbassato a 120 su 100. Ma è utile ricorrere a dati assoluti, pur sapendo che per le/i migranti manca il numero degli “irregolari”. Nel 1999 la popolazione straniera residente a Bologna è di 14.439 (3,8% della popolazione totale); le donne sono 6.833, gli uomini 7.606. Cosa chiedono con crescente frequenza queste donne al Centro? Qualcosa che altri spazi d’accoglienza non offrono, perché non ha a che fare con servizi primari, bensì con il riconoscimento di libertà e di competenze femminili che talvolta la comunità d’origine non riconosce. E ha a che fare con domande di cittadinanza e di convivenza. Su questo il Centro dovrà attrezzarsi meglio.

Per quanto sommari e indicativi, tali dati mostrano la necessità di una maggiore attenzione e di più mirati servizi rivolti alle donne da parte del Comune (e di Provincia, Regione e Università). Segnalano inoltre la giustezza di un indirizzo del Centro delle Donne che faccia perno su Generi Generazioni e Genti a garanzia della propria corretta funzione e buona gestione. Molto di questo è già detto nella Premessa del Progetto e molto di più tornerà nel Programma.

Per ampliare la visione, indugiamo su dati offerti dall’Osservatorio Regionale del Mercato del Lavoro circa l’occupazione femminile e dal gruppo di ricerca LeNove – Studi e Ricerche Sociali circa la cittadinanza femminile. Quanto ai primi, ci preme sottolineare due tendenze ai nostri occhi contraddittorie. Da un lato si può di fatto affermare che, se “il mercato del lavoro dell’Emilia Romagna presenta un andamento più dinamico rispetto alle principali variabili macroeconomiche negli scenari nazionali ed europei”, ciò è dovuto alla crescita del tasso di occupazione delle donne (il 40,5% nel 1999, quasi due punti percentuali in più del 1996); così come al ridursi del tasso di disoccupazione femminile, pari al 7% nel 1999 (9,2% nel 1997). Dall’altro lato si deve affermare che spesso si tratta di un’occupazione – lavori atipici, interinali, ecc. – ove “flessibilità” equivale più a “precarietà” che a “scelta”. L’occupazione femminile continua inoltre a trovare ostacoli ai livelli alti delle carriere e nelle attività ad elevato contenuto tecnologico. Non è accidentale, quindi, se sono andate consolidandosi al Centro attività formative, rivolte sia a giovani donne – native e migranti – sia a donne espulse dal mercato del lavoro. Attività pertinenti alle finalità del Centro e alle esigenze delle donne qui illustrate. Esse promuovono pertanto porno italiano nuovi profili professionali che legano la biblioteconomia o le nuove tecnologie o i servizi alle persone a competenze di genere. L’intento è d’incidere sui profili e progressi di carriera e non sulla “segregazione”. Ed è anche quello di leggere via via le richieste delle giovani donne: per esempio richieste di lavoro in settori nuovi dell’arte e creatività.
Aggiungiamo che lo scenario emiliano romagnolo si presenta favorevole alle immigrazioni su due fronti diversi: per aree lavorative meno qualificate rifiutate dalle giovani generazioni maschili; per aree lavorative “qualificate ma svalorizzate” nel sistema della divisione sessuale del lavoro (lavoro domestico e di cura), che vengono rifiutate dalle giovani generazioni femminili.

Quanto alla cittadinanza femminile, limitandoci alla “Rappresentanza”, cioè non considerando il tema caro a “Orlando” della “Presenza” femminile nella più lata sfera pubblica, secondo dati del Frauen Computer Zentrum di Berlino l’Italia è fanalino di coda in Europa (Elezioni 1999 al Parlamento Europeo), se s’eccettua il Lussemburgo: 11,5% rispetto alla media del 29%. nell’Unione Europea. Cifra quest’ultima che s’avvicina alla richiesta, tipica negli Anni Ottanta, d’una rappresentanza di donne pari al 30%.
Una percentuale più bassa di elette (10,1%) abbiamo al Parlamento italiano; mentre, con le elezioni amministrative degli ultimi due anni (Comuni, Province, Regioni) cade l’ipotesi che le donne siano rappresentate meglio a livello locale che a livello nazionale: alle regionali di quest’anno le elette sono in media il 7,7%; erano il 13,6% nel 1995. Le percentuali delle elette nelle amministrative poco si discostano da quelle del Parlamento anche nei casi migliori come l’Emilia Romagna, il Comune e la Provincia di Porno Dingue, ove esse raggiungono rispettivamente il 16%, il 14,6% e il 19%. Crediamo coerente che un Centro di donne divenuto il più importante del paese, debba continuare a contrastare, con la documentazione, la ricerca e l’iniziativa, tale stato di cose. Crediamo altresì che ciò possa essere fatto all’interno di un Comune che voglia farsene carico. Pare pertinente, in proposito, trarre esempi dalla documentazione raccolta in ordine alle questioni su cui verte il presente Progetto/programma. Sono due esempi che segnalano “scatti culturali” rispettivamente sui “generi” e le genti” in paesi come la Francia e la Spagna che hanno governi d’opposto segno politico. Evidentemente, in battaglie di modernizzazione della società e di riequilibrio della democrazia si può agire al di fuori degli steccati ideologici. A proposito di riequilibrio tra i generi, in Francia, per innalzare la percentuale delle amministratrici (pari peraltro oggi al 21,7%), la legge sulla parità tra donne e uomini renderà obbligatoria l’uguaglianza delle candidature maschili e femminili di lista alle elezioni amministrative. In Spagna, a proposito di convivenza tra “genti”, s’è addivenuti per legge ad un accordo di cooperazione tra lo Stato e la Commissione Islamica che, nel rispetto delle reciproche confessioni, riconosce ragion d’essere ad entrambe le religioni.

La Città inoltre ha appena goduto dell’esperienza di Bologna/2000. Quali indicazioni possono venirne al Centro, che pure è stato un protagonista della “Cultura femminile” in quell’evento? L’evento si pone come vero e proprio “case study” e “Orlando” l’analizzerà porno italiano. Occorrerà vedere soggetti ed istituti che v’hanno preso parte quali realtà consolidate e nuove soggettività e proposte che l’occasione stessa ha saputo suscitare. Se il Centro dal 1997 aveva avanzato una proposta per fare di Bologna “La Città di Donne e di Uomini” all’interno delle 9 città europee della cultura, la neonata Rete delle Donne per il Terzo Millennio ha messo in luce micro/realtà in cui donne giovani, volendo vivere della loro arte, sposano la creatività all’impreditività. E più tempo ancora occorrerà per analizzare presenza e ruolo di quante altre – se ve ne sono – abbiano voluto proporre uno sguardo di genere all’interno di progetti non classificati come “femminili”.

Non potendo esaminare qui i 30 progetti di singole e gruppi approvati dal comitato giudicante sui 56 presentati, ne aggiungiamo uno d’alto profilo – su Monasteri Femminili e Santa Cristina, che abbiamo realizzato con fondi regionali – e avanziamo alcune considerazioni. Quei 31 progetti di donne bolognesi o abitanti in città (v’è una guida di Bologna proposta da anglofone) sembrano avere coperto con bravura l’intera gamma di una cultura differente di donne. Da una parte pare che la “cultura femminile” esprima un vero e proprio amore urbano: voglia di meglio abitare, di spostarsi, di valorizzare gli spazi; richiesta di avere autorità nella sicurezza cittadina: “Il luogo come generatore di movimento: più è frequentato, più è sicuro. L’opera d’arte come mediazione fra l’aggressività e l’incontro.”, dice A.D.D.A, associazione d’artiste. Dall’altra parte sembrano ribadire la necessità di tradizioni e invenzioni femminili. Il C.I.F., Centro Italiano Femminile, titola Genio e Dignità di Aemilia un convegno davvero opportuno sulla tradizione magistrale delle insegnanti in Emilia tra Ottocento e Novecento, mentre l’Associazione Armonie, con Il Mito e il Culto della Grande Dea: Transiti Metamorfosi Permanenze, organizza un evento di grande rilievo scientifico ed impatto emotivo. E, trasversalmente, si riconosce la tradizione visionaria e sapienziale di mistiche e sante, a partire dalla nostra Caterina de Vigri. Le invenzioni, sono andate dalla scrittura – giornalistica, narrativa, poetica, teatrale -, alla musica – il Festival Donne di Musica di “Orlando” ha avuto recensioni entusiastiche -, alla performance, alla mostra audiovisiva ecc. In questo, un ruolo forte hanno avuto il pensiero e le teorie del femminismo (vedi appunto la IV Conferenza Europea). Infine, vi sono progetti approvati che sottolineano il valore culturale delle pratiche sociali (sulla violenza, per esempio) e civiche delle donne (in una storia cittadina di breve e lungo periodo).

Il Centro dovrà dare continuità all’esperienza unica e positiva di Bologna/2000, all’emergente istanza di “genio” femminile, come alla “generosità” femminile verso la città. Peraltro, artiste e artigiane gli pongono richieste sempre più frequenti di collaborazione, allestimenti di mostre, festival di video e cinema ecc.. E potrebbe essere sensato riprendere il proposito di un riequilibrio della visibilità del generare e creare femminili rispetto a quelli maschili.