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Il centro delle donne oggi

Cosa suggerisce la Città al Centro in base alle dinamiche di cambiamento che la caratterizzano oggi? Cosa gli suggerisce la città secondo uno sguardo di genere? Per orientarci, ci riferiamo qui ad alcune variabili e ad un caso che sono d’interesse peculiare ai fini di una risposta. Le variabili sono intese sommariamente e vanno relative ai cambiamenti nelle presenze e residenze in città; al numero e riuscita degli studenti dell’Ateneo, alle tendenze del mercato del lavoro nell’ultimo periodo in Emilia Romagna e, infine, alla rappresentanza politica in città e regione.

Il caso va relativo alla “cultura femminile” quale s’è rappresentata in Bologna Città Europea della Cultura nel Duemila.Ovviamente, fino a quando le statistiche di genere non saranno rese obbligatorie per legge (il che sta per avvenire), i dati restano inadeguati sotto il profilo della differenza tra i sessi.

Secondo dati offerti dal Comune di Bologna, al 31 dicembre 1999 oltre il 50% della popolazione della Provincia bolognese (917.110 abitanti) abita fuori del capoluogo. Risiedono nel Comune di Bologna 381.161 abitanti, di cui 203.077 donne e 178.084 uomini. Il 1999 è, poi, anno in cui il numero dei nuovi nate/i appare in decisa crescita rispetto al 1998 (+7,1%), il numero delle/dei morti si riduce (-4,8%); mentre, nel complessivo segno positivo della dinamica migratoria aumenta il flusso d’immigrati provenienti dall’estero (+ 31%).
Si sa che la residenza non è più indicatore adeguato della taglia demografica d’una città. Bologna, in particolare, quasi raddoppia se si considerano le/gli studenti non residenti o il cosiddetto “city user”, da chi lavora nel capoluogo ma risiede fuori di esso a chi attraversa la città per i più svariati motivi.

Non seguiteremo riproducendo dati dei primi mesi del 2000, che presentano ulteriori incrementi di nate/nati e di immigrate/i. Notiamo che così diminuisce l’indice di vecchiaia, vale a dire il rapporto tra il numero degli anziani oltre i 65 anni e quello dei giovani sotto i 15 anni. Ma il problema anziani resta e, considerando la differenza di genere, resta più rilevante la presenza delle donne anziane in città rispetto agli anziani. Se a questo si somma la crescita delle famiglie unipersonali, che a fine 1999, nella complessiva crescita dei nuclei familiari residenti nel Comune, erano il 39% di tutti i nuclei residenti in città rispetto al 30,1%, al 19,2% e al 9,5% delle famiglie costituite rispettivamente da due, da tre e da quattro persone, si fa evidente il nodo delle donne sole. Ricerche recenti non vi sono. La medesima fonte comunale utilizza nel 1999 una ricerca sul 1996 (Rapporto Biennale del Centro Studi e Documentazione delle Famiglie), ove si legge che in quell’anno tra le persone sole i “maschi” erano 23.343 (36,9%), le “femmine” 40.001 (63,1%). Sul totale di questa popolazione il 46,2% aveva più di 65 anni (di cui l’80% donne); il 26,7% aveva più di 75 anni (di cui l’82% donne). Non a caso le anziane hanno preso a chiedere spazi di incontro e “mediazioni culturali” al Centro. E la mediazione c’è stata, specialmente sulle nuove tecnologie informatiche, cui i servizi pubblici ricorrono ampiamente con grave disagio dei più vecchi in città.

E’ azzardato supporre che alla solitudine si sommi talvolta la povertà, casomai nella forma delle cosiddette “nuove povertà”? “Solitudine”, “povertà”, “esclusione” sono tutt’altro che cose coincidenti; tuttavia resta vero che il profilo del “povero” uscito dal Summit di Copenaghen a metà Anni Novanta dice che “egli” è più spesso una donna, sovente di colore. Bologna è del tutto al riparo da simili problemi? Al Centro, da qualche tempo, abbiamo avuto richieste d’intervento dall’interno del carcere femminile, così come da donne senza fissa dimora. E abbiamo risposto pur nei limiti di budget davvero minimi.

Osservando i dati al 1999 forniti da Almamater/Cineca sull’Ateneo bolognese, su un totale di popolazione universitaria di 97.537, gli immatricolati 1998/99 sono stati 14.729, di cui 6.849 “femmine” e 7.880 “maschi”. Tuttavia il numero delle/dei laureati nel 1999 è di 9.091 unità, di cui il 56% “femmine” e il 43,6% “maschi”. Ciò, forse, non conferma la tendenza al “sorpasso” nella scolarizzazione femminile rispetto a quella maschile avvenuta negli anni Ottanta a livelli di secondaria superiore, ma queste lauree la dicono lunga sulle competenze delle giovani donne. Eppure, a proposito di nuove competenze, i risultati di un sondaggio sui “navigatori in rete” del nostro paese effettuato da Abacus con 2000 interviste dicono che il profilo tipico dell’internauta è quello di un giovane trai 18 ed i 34 anni, prevalentemente di sesso maschile. Su una popolazione di riferimento di 50 “maschi” e 50 “femmine” la percentuale nell’uso della rete porta i primi al 70% e le seconde al 30%. Sembra che il Centro debba continuare l’opera di alfabetizzazione intrapresa presso la Sala da Tè Internet, ove preferiscono recarsi quelle stesse ragazze (e non sono molte) che pure avrebbero altri laboratori.

Tornando a dati bolognesi, in città si ridimensiona la componente maschile e aumentano le donne tra la popolazione straniera. Esse aumentano del 17,7%, mentre gli uomini del 13,8%. Così, se l’indice di mascolinità nel 1992 era pari a 155 “maschi” ogni 100 “femmine”, già nel 1997 si era abbassato a 120 su 100. Ma è utile ricorrere a dati assoluti, pur sapendo che per le/i migranti manca il numero degli “irregolari”. Nel 1999 la popolazione straniera residente a Bologna è di 14.439 (3,8% della popolazione totale); le donne sono 6.833, gli uomini 7.606. Cosa chiedono con crescente frequenza queste donne al Centro? Qualcosa che altri spazi d’accoglienza non offrono, perché non ha a che fare con servizi primari, bensì con il riconoscimento di libertà e di competenze femminili che talvolta la comunità d’origine non riconosce. E ha a che fare con domande di cittadinanza e di convivenza. Su questo il Centro dovrà attrezzarsi meglio.

Per quanto sommari e indicativi, tali dati mostrano la necessità di una maggiore attenzione e di più mirati servizi rivolti alle donne da parte del Comune (e di Provincia, Regione e Università). Segnalano inoltre la giustezza di un indirizzo del Centro delle Donne che faccia perno su Generi Generazioni e Genti a garanzia della propria corretta funzione e buona gestione. Molto di questo è già detto nella Premessa del Progetto e molto di più tornerà nel Programma.

Per ampliare la visione, indugiamo su dati offerti dall’Osservatorio Regionale del Mercato del Lavoro circa l’occupazione femminile e dal gruppo di ricerca LeNove – Studi e Ricerche Sociali circa la cittadinanza femminile. Quanto ai primi, ci preme sottolineare due tendenze ai nostri occhi contraddittorie. Da un lato si può di fatto affermare che, se “il mercato del lavoro dell’Emilia Romagna presenta un andamento più dinamico rispetto alle principali variabili macroeconomiche negli scenari nazionali ed europei”, ciò è dovuto alla crescita del tasso di occupazione delle donne (il 40,5% nel 1999, quasi due punti percentuali in più del 1996); così come al ridursi del tasso di disoccupazione femminile, pari al 7% nel 1999 (9,2% nel 1997). Dall’altro lato si deve affermare che spesso si tratta di un’occupazione – lavori atipici, interinali, ecc. – ove “flessibilità” equivale più a “precarietà” che a “scelta”. L’occupazione femminile continua inoltre a trovare ostacoli ai livelli alti delle carriere e nelle attività ad elevato contenuto tecnologico. Non è accidentale, quindi, se sono andate consolidandosi al Centro attività formative, rivolte sia a giovani donne – native e migranti – sia a donne espulse dal mercato del lavoro. Attività pertinenti alle finalità del Centro e alle esigenze delle donne qui illustrate. Esse promuovono pertanto porno italiano nuovi profili professionali che legano la biblioteconomia o le nuove tecnologie o i servizi alle persone a competenze di genere. L’intento è d’incidere sui profili e progressi di carriera e non sulla “segregazione”. Ed è anche quello di leggere via via le richieste delle giovani donne: per esempio richieste di lavoro in settori nuovi dell’arte e creatività.
Aggiungiamo che lo scenario emiliano romagnolo si presenta favorevole alle immigrazioni su due fronti diversi: per aree lavorative meno qualificate rifiutate dalle giovani generazioni maschili; per aree lavorative “qualificate ma svalorizzate” nel sistema della divisione sessuale del lavoro (lavoro domestico e di cura), che vengono rifiutate dalle giovani generazioni femminili.

Quanto alla cittadinanza femminile, limitandoci alla “Rappresentanza”, cioè non considerando il tema caro a “Orlando” della “Presenza” femminile nella più lata sfera pubblica, secondo dati del Frauen Computer Zentrum di Berlino l’Italia è fanalino di coda in Europa (Elezioni 1999 al Parlamento Europeo), se s’eccettua il Lussemburgo: 11,5% rispetto alla media del 29%. nell’Unione Europea. Cifra quest’ultima che s’avvicina alla richiesta, tipica negli Anni Ottanta, d’una rappresentanza di donne pari al 30%.
Una percentuale più bassa di elette (10,1%) abbiamo al Parlamento italiano; mentre, con le elezioni amministrative degli ultimi due anni (Comuni, Province, Regioni) cade l’ipotesi che le donne siano rappresentate meglio a livello locale che a livello nazionale: alle regionali di quest’anno le elette sono in media il 7,7%; erano il 13,6% nel 1995. Le percentuali delle elette nelle amministrative poco si discostano da quelle del Parlamento anche nei casi migliori come l’Emilia Romagna, il Comune e la Provincia di Porno Dingue, ove esse raggiungono rispettivamente il 16%, il 14,6% e il 19%. Crediamo coerente che un Centro di donne divenuto il più importante del paese, debba continuare a contrastare, con la documentazione, la ricerca e l’iniziativa, tale stato di cose. Crediamo altresì che ciò possa essere fatto all’interno di un Comune che voglia farsene carico. Pare pertinente, in proposito, trarre esempi dalla documentazione raccolta in ordine alle questioni su cui verte il presente Progetto/programma. Sono due esempi che segnalano “scatti culturali” rispettivamente sui “generi” e le genti” in paesi come la Francia e la Spagna che hanno governi d’opposto segno politico. Evidentemente, in battaglie di modernizzazione della società e di riequilibrio della democrazia si può agire al di fuori degli steccati ideologici. A proposito di riequilibrio tra i generi, in Francia, per innalzare la percentuale delle amministratrici (pari peraltro oggi al 21,7%), la legge sulla parità tra donne e uomini renderà obbligatoria l’uguaglianza delle candidature maschili e femminili di lista alle elezioni amministrative. In Spagna, a proposito di convivenza tra “genti”, s’è addivenuti per legge ad un accordo di cooperazione tra lo Stato e la Commissione Islamica che, nel rispetto delle reciproche confessioni, riconosce ragion d’essere ad entrambe le religioni.

La Città inoltre ha appena goduto dell’esperienza di Bologna/2000. Quali indicazioni possono venirne al Centro, che pure è stato un protagonista della “Cultura femminile” in quell’evento? L’evento si pone come vero e proprio “case study” e “Orlando” l’analizzerà. Occorrerà vedere soggetti ed istituti che v’hanno preso parte quali realtà consolidate e nuove soggettività e proposte che l’occasione stessa ha saputo suscitare. Se il Centro dal 1997 aveva avanzato una proposta per fare di Bologna “La Città di Donne e di Uomini” all’interno delle 9 città europee della cultura, la neonata Rete delle Donne per il Terzo Millennio ha messo in luce micro/realtà in cui donne giovani, volendo vivere della loro arte, sposano la creatività all’impreditività. E più tempo ancora occorrerà per analizzare presenza e ruolo di quante altre – se ve ne sono – abbiano voluto proporre uno sguardo di genere all’interno di progetti non classificati come “femminili”.

Non potendo esaminare qui i 30 progetti di singole e gruppi approvati dal comitato giudicante sui 56 presentati, ne aggiungiamo uno d’alto profilo – su Monasteri Femminili e Santa Cristina, che abbiamo realizzato con fondi regionali – e avanziamo alcune considerazioni. Quei 31 progetti di donne bolognesi o abitanti in città (v’è una guida di Bologna proposta da anglofone) sembrano avere coperto con bravura l’intera gamma di una cultura differente di donne. Da una parte pare che la “cultura femminile” esprima un vero e proprio amore urbano: voglia di meglio abitare, di spostarsi, di valorizzare gli spazi; richiesta di avere autorità nella sicurezza cittadina: “Il luogo come generatore di movimento: più è frequentato, più è sicuro. L’opera d’arte come mediazione fra l’aggressività e l’incontro.”, dice A.D.D.A, associazione d’artiste. Dall’altra parte sembrano ribadire la necessità di tradizioni e invenzioni femminili. Il C.I.F., Centro Italiano Femminile, titola Genio e Dignità di Aemilia un convegno davvero opportuno sulla tradizione magistrale delle insegnanti in Emilia tra Ottocento e Novecento, mentre l’Associazione Armonie, con Il Mito e il Culto della Grande Dea: Transiti Metamorfosi Permanenze, organizza un evento di grande rilievo scientifico ed impatto emotivo. E, trasversalmente, si riconosce la tradizione visionaria e sapienziale di mistiche e sante, a partire dalla nostra Caterina de Vigri. Le invenzioni, sono andate dalla scrittura – giornalistica, narrativa, poetica, teatrale -, alla musica – il Festival Donne di Musica di “Orlando” ha avuto recensioni entusiastiche -, alla performance, alla mostra audiovisiva ecc. In questo, un ruolo forte hanno avuto il pensiero e le teorie del femminismo (vedi appunto la IV Conferenza Europea). Infine, vi sono progetti approvati che sottolineano il valore culturale delle pratiche sociali (sulla violenza, per esempio) e civiche delle donne (in una storia cittadina di breve e lungo periodo).

Il Centro dovrà dare continuità all’esperienza unica e positiva di Bologna/2000, all’emergente istanza di “genio” femminile, come alla “generosità” femminile verso la città. Peraltro, artiste e artigiane gli pongono richieste sempre più frequenti di collaborazione, allestimenti di mostre, festival di video e cinema ecc.. E potrebbe essere sensato riprendere il proposito di un riequilibrio della visibilità del generare e creare femminili rispetto a quelli maschili.